?

Log in

No account? Create an account
 
 
29 September 2011 @ 11:54 pm
Time to dance  
Titolo: Time to dance
Autore: p_will
Fandom: RPF Fall Out Boy/RPF Panic! at the Disco
Personaggi/pairings: Andy/Brendon (onesided!Pete/Ryan, vario het sullo sfondo)
Rating: PG
Avvertimenti: AU, slash
Conteggio parole: 6204 (FDP)
Disclaimer: Non sono miei, è tutto falso e non ci guadagno nulla. Titolo dall'omonima canzone dei Panic.
Note: ALBVLDSILCBADSKLBIOC *headesk*
...sì, comunque. Tanto tempo fa harleen313 e mrs_toro_or si erano lasciate sfuggire di voler leggere qualcosa con Brendon e Andy che ballavano. "Ve la scrivo io," disse Will. "HAHAHA, NO, SRSLY" dissero loro, ma non sia mai che non mantengo la parola. Anche se ci metto qualche anno *cough*



Andy si è addormentato da appena tre ore quando il suo cellulare – che dovrebbe essere lontano, nelle tasche dei suoi pantaloni, ma siccome si è buttato sul letto senza togliere niente del casino che c’era sopra ora sono sotto la sua spalla – inizia a squillare. Per prima cosa grugnisce affondando il viso nel cuscino, con gli occhiali dimenticati indosso che gli si conficcano nell’attaccatura del naso, poi decide che se ignorerà la chiamata, il cellulare si spegnerà magicamente.
Dopo un minuto di Anthrax a volume indegno il cellulare, effettivamente, tace, ed Andy tira un sospiro di sollievo. Si toglie i pantaloni da sotto il corpo e li butta a terra, si sistema meglio tra le coperte e si prepara a ripiombare nel sonno dei giusti.
E in quel momento il cellulare ricomincia a squillare insieme al suo telefono di casa.
«Pete, COSA.»
Pete – perché chi altri poteva essere a chiamarlo da due numeri diversi contemporaneamente? – lo rintrona con la sua risata chiassosa che riesce a fargli venire il mal di testa persino dall’altra parte della cornetta. «Sorgi e splendi, Hurley Burley!»
Andy vorrebbe tanto rispondere a tono, ma ora come ora la cosa più pesante con cui potrebbe uscirsene è tua madre, perciò borbotta solamente: «In fretta così posso tornare a letto.»
«Ma sono le dieci.»
«È stata una nottata intensa, va bene?» Word of Warcraft non si gioca da solo.
«Mio caro Andrew,» dice Pete, affettuosamente, e a quel punto Andy capisce di essere davvero, davvero fottuto, «tu non hai una vera nottata intensa da secoli. E sai cosa? Io so come rimediare!»
C’è questa cosa, questo particolare, che Pete è convinto di dover accoppiare Andy con qualcuno. È come se si senta in dovere di badare alla sua vita sentimentale – o, be’, quantomeno sessuale – e nessuno, nemmeno Patrick, potrebbe convincerlo del contrario. È gentile da parte sua, davvero, se non fosse ogni volta un così totale fallimento. Quella storia con Joe è stata carina e tutto, ma è chiaro che stanno molto meglio da amici.
È per questo che Andy non gli lascia il tempo di parlare e sbotta, con voce rauca dal sonno ma decisa: «No Pete.»
«Aaaw, andiamo.»
«Dov’è che vorresti andare, eh?»
Pausa. Andy crede, per un attimo, che Pete stesse scherzando, o che stia per esclamare “Ad un concerto dei Misery Signals!” o qualcosa di ugualmente divertente, ma è presto deluso. «A ballare!»
«Non sai ballare.»
«Appunto, dobbiamo prendere lezioni!» Riesce praticamente a sentire nella sua voce le sue sopracciglia che ammiccano. È orribile.
…perché c’è anche quest’altra cosa: Pete si sente in dovere di aiutare la vita sentimentalsessuale di Andy solo mentre cerca di portare avanti la propria. E sono settimane che non parla d’altro che di quel ragazzo secco con i gilet mezzi hippy che frequenta la scuola di ballo fuori città.
Normalmente, Andy gli riderebbe in faccia e gli spiegherebbe perché è un’idea talmente folle. O chiamerebbe Joe, ci riderebbero sopra, e poi chiamerebbero Patrick e costringerebbero lui a dare retta a Pete e sarebbe un modo fantastico per passare il fine settimana. O, ancora meglio, direbbe semplicemente che non ha bisogno che Pete si occupi di chi si (o non si) porta a letto. Ma…
«Se ti dico di sì mi lasci dormire?»

Già il nome di quella scuola di musica era stupido. Chiamare Panic! at the Disco un corso di ballo rasentava il masochismo. Sul serio, il punto esclamativo. Nessuno si vorrebbe presentare ad un corso di danza con un punto esclamativo.
Tranne Pete.
«Ripetimi perché sono qui,» mormora Andy, fissando con un certo orrore il cartellone colorato a mano incollato alla meglio sulle porte antipanico della sala.
«Perché devo imparare a ballare,» gli ricorda Pete. Si specchia nel riflesso di un estintore per sistemarsi la frangia e Andy gli tira un pugno al braccio, perché se lo merita.
«Perché proprio io,» borbotta, «perché non chiunque altro. Un passante. Patrick.»
Pete ride, dandogli un colpettino gioviale sulla spalla come se stessero scherzando amabilmente sopra una tazza di tè. Cosa che non stanno facendo e che Andy preferirebbe di gran lunga, anche solo per infilare la testa di Pete nella teiera. «Non voglio morire, Hurley,» dice, e apre le porte ed entra.
Andy lo segue, ma gli dà un altro pugno. Più forte. Non è da meno rispetto a Patrick, che sia chiaro.
La prima cosa che nota dell’ambiente è che è un posto dove preferirebbe non essere. La sala, una delle stanze che il teatro mette a disposizione per le iniziative (più o meno) culturali, corsi di yoga e cose del genere, ha quell’aspetto spoglio e un po’ sciatto che hanno tutte le aule: muri color panna, non rovinati ma neanche perfettamente intonsi, parquet vissuto e una parete di larghi specchi. L’atmosfera è quello che c’è di più lontano da quella di un’aula di danza.
C’è un discreto numero di vecchietti, ovviamente, coppie anziane o vedovi e vedove in cerca di una nuova avventura (Andy si appiattisce contro il muro e spera intensamente che Pete, con il suo eyeliner e jeans troppo strettibassidadonna attiri tutta l’attenzione), ma non solo; la maggior parte sono coppie sposate composte da mogli sorridenti e mariti sofferenti, e gente che sembra lì davvero per ballare, e ragazze che sembrano appena uscite dal college per un pomeriggio di cazzeggio da spacciare come attività salutare.
E tutti, dal primo all’ultimo, sembrano così tremendamente coinvolti e allegri e danzerini.
Un incubo.
Pete sposta quasi subito la sua attenzione all’angolo sotto la finestra, verso il pianoforte, dove Andy riconosce il povero ragazzo che si è ritrovato oggetto delle mire di Pete intento a suonare una musica alla Beatles meet folk, che sembra amplificare l’atmosfera gioiosa della stanza. L’attenzione di Andy, invece, si concentra su tutt’altro elemento.
Si spiega, quantomeno, perché così tante ragazze ad un corso col punto esclamativo.
C’è un ragazzo – venti, ventidue anni al massimo, sorriso esagerato e stupidi, folti capelli scuri – che si muove tra i ballerini con la grazia e la precisione di un pennello su una tela. Porta una brutta camicia da cowboy e jeans troppo stretti e cammina, cammina semplicemente, ma sembra più preciso e bravo di chiunque altro si sforzi di ballare davvero. Come se avesse la musica nel sangue.
La canzone finisce, le coppie si separano e tutti applaudono. Il ragazzo si avvicina al tipo con le sciarpe di Pete, mentre si solleva un vociare di commenti e battute, e gli dice qualcosa che Andy non riesce a sentire. Il tipo con le sciarpe replica con una faccia profondamente annoiata e l’altro ride, e beve un sorso da una bottiglia d’acqua poggiata sul pianoforte mentre il pianista attacca con una melodia più movimentata.
Poi poggia la bottiglia, li vede, si illumina tutto e piroetta verso di loro.
Andy tenta di convincersi che se lo vorrà intensamente, riuscirà ad entrare nel muro.
«Benvenuti!» trilla, letteralmente, e se si stringesse le mani al petto compiaciuto Andy non si farebbe problemi a girare i tacchi ed andarsene. Invece si scosta semplicemente un ciuffo dalla fronte e domanda: «È la prima volta che venite qui al corso?»
Pete annuisce vigorosamente (ed è una menzogna, perché ha pedinato quel povero ragazzo per giorni) e fa la sua migliore faccia rassicurante. «Ci hanno detto che qui fate miracoli.»
Il ragazzo sembra guadagnare un paio di centimetri in più di puro orgoglio. Si mette le mani sui fianchi e scuote la testa per rimandare al loro posto immaginari ciuffi ribelli in una scena che ha del ridicolo. «Certo!» esclama, «Se siete qui per imparare a ballare–»
«Oh, sì, assolutamente, da subito,» dice Pete con enfasi, e l’attimo dopo ha agguantato al volo una ragazza che stava passando lì accanto e ci sta volteggiando in direzione del pianoforte all’angolo. La ragazza ha l’aria un po’ terrorizzata.
Andy resiste all’impulso di darsi una manata in faccia. Il suo interlocutore sta ancora fissando il punto dove si trovava Pete, con la bocca mezza aperta e le sopracciglia alzate in maniera perplessa. Dopo un attimo chiude la bocca e si volta verso Andy, come se niente fosse. «Comunque,» dice «io sono Brendon.»
Andy prende lentamente la mano che gli viene tesa, più per riflesso condizionato d’educazione che altro, e la stringe brevemente. «Andy. E Pete,» aggiunge, con un cenno rigido verso l’amico.
Brendon gli sorride. Andy lo guarda per un po’, quei suoi occhi grandi ed incoraggianti, i capelli madidi di sudore sparati in ogni direzione, e restano a fissarsi a lungo, Andy con le sopracciglia vagamente aggrottate e Brendon che gli sorride.
«Io, uh, non ballo,» dice alla fine.
Brendon perde quei centimetri che aveva guadagnato un secondo prima, sembra proprio sgonfiarsi, le spalle gli cadono e sgrana gli occhioni ancora di più, come se Andy avesse appena preso a calci un cucciolo. «Oh,» pigola. Si gratta la nuca, lanciandogli un’occhiata di sbieco. «Se sei convinto…»
«Sì,» dice con calore, e poi si sente un po’ uno stronzo e aggiunge: «Cioè, sto solo accompagnando Pete.»
«Okay, allora. Puoi, non so, sederti qui, o se vuoi prenderti qualcosa c’è un bar nell’isolato…» Gesticola verso alcune panche e poi verso un muro, nella cui direzione apparentemente si trova il bar.
Andy scuote la testa. «Grazie, tranquillo.» Va a sedersi su una delle panche, osservando con la coda dell’occhio Brendon, che rimane un attimo fermo con l’aria abbattuta e una frazione di secondo dopo si è gettato nella pista e sta spiegando allegramente ad una signora come tenere il tempo senza salire sui piedi del marito ogni due passi.
Si siede piuttosto lontano dalla pista, abbastanza da non sembrare seduto in attesa che qualcuno venga a chiedergli di ballare ma non troppo da non riuscire a tenere d’occhio le manovre di Pete o Brendon.
A qualche metro da lui una ragazza con l’aria scocciata, chiaramente un’altra persona lì controvoglia, sta leggendo un libro, ed Andy fissa il volume nelle sue mani rammaricandosi di non averci pensato anche lui.
Si annoia. Si annoia talmente che lo sguardo continua a cadergli su Brendon, sul movimento della sua camicia quando ride facendo una giravolta con una vecchina che gli arriva al petto, su come si asciuga il sudore dalla fronte tra una canzone e l’altra. Lo fissa perché si annoia, okay?, quel ragazzo è la cosa più divertente in quella stanza dopo le occhiate di fuoco di Pete che rimbalzano ogni volta contro un muro d’indifferenza. Si annoia così tanto che quando Pete arriva a trascinarlo via perché il corso è finito, è già passata un’ora.
«È stato divertente,» ride Pete, tirandolo su per un braccio.
«È stato uno strazio e il tuo ragazzo non ti si è cagato di striscio,» biascica Andy.
«Questa è solo una tua impressione infondata, e comunque parlavo in generale. Mi sono divertito,» fa una pausa, poi un sorrisetto. «E quella signora mi stava proprio squadrando il culo.»
Andy non ha intenzione di starlo a sentire mentre sprofonda sempre di più nel baratro delle perversioni umane. «Se i tuoi pantaloni non lo coprono…» commenta a mezza voce, dirigendosi verso l’uscita.
E sulla porta c’è Brendon, sorridente e grondante sudore e soddisfazione del mondo, che saluta tutte le persone che escono dando incoraggiamenti e consigli. Li vede e il suo sorriso si attenua un po’, ma il suo tono è sempre squillante quando li apostrofa. «Abbiamo fatto il miracolo?»
«Non ancora,» dice Pete, guardando casualmente verso la parete di specchi, dove casualmente è riflesso il ragazzo delle sciarpe che sistema gli spartiti nel suo angolino. «Ma manca poco,» lo rassicura.
«Ci vediamo presto allora,» dice raggiante, poi si volta verso Andy «Dobbiamo miracolare anche te.»
«Oh, ma lui è un vecchio,» esclama Pete, guadagnandosi l’occhiataccia di un signore sugli ottant’anni. Andy lo guarda con le labbra strette in una linea sottile e Pete scoppia a ridere, e deve trattenersi dall’alzare gli occhi al cielo perché sa che lo farebbe solo ridere di più. Brendon in compenso si è fatto tutto serio. «Ti convincerò a ballare, la prossima volta.»
«Uhm, non credo,» mormora Andy. Si avvolge una sciarpa al collo ed esce nell’aria pungente di Chicago, con Pete che lo rincorre salutando Brendon a gran voce.

La volta successiva non balla.
Si è portato 1984, la prima cosa che ha trovato sulla scrivania che non fosse un manifesto del PETA, e in quell’ora riesce a rileggerlo tutto, scorrendo su qualche pezzo, e ad ignorare completamente le performance di Pete in pista. Con un po’ di impegno riuscirà a convincere tutti che non lo conosce affatto anche se continua ad entrare ed uscire insieme a lui.
La lezione successiva è davvero tentato di tirare bidone a Pete e smetterla con questa scemenza. Lo farebbe anche, se Pete non fosse già attaccato al citofono di casa sua in attesa di essere scarrozzato a destinazione perché si è fatto ritirare la patente (di nuovo) e Joe ha l’auto dal meccanico (al solito). Ririlegge Orwell, perché si è scordato di prendere un nuovo libro e quello è rimasto in macchina, arrivando a leggersi dei pezzi facendosi le voci in testa per ammazzare il tempo. O quello, o passare l’ora a cercare la schiena di Brendon tra le coppie in pista, e Andy non vuole dargli l’impressione di essere anche solo lontanamente attratto dal ballo. Non lo è, chiaramente. Casomai dal sedere di Brendon.
Non è colpa sua se le panche sono basse e quando alza la testa dal libro ce l’ha sempre ad altezza sguardo!
Brendon, comunque, non lo assilla. Si limita a chiedergli se è pronto a lasciare che la magia faccia il suo corso, dimenando le sopracciglia in una maniera che dovrebbe essere affascinante, o divertente o… terrificante, non si sa, ed Andy si limita a guardarlo strano e rifiutare la magia, grazie tante, e sedersi al suo solito posto. Durante la lezione Brendon lo ignora, ma ogni volta che se ne vanno li saluta annunciando che la prossima sarà la volta buona.
È per questo che quando, a metà della quarta lezione, Brendon si siede accanto a lui e gli toglie una cuffia dell’iPod dalle orecchie, lo guarda con vaga apprensione.
«Non fare quella faccia,» gli dice Brendon, facendo una smorfia a sua volta, «Non sto per infilarti un tutù a tradimento.»
L’immagine è francamente agghiacciante. Mette comunque in pausa la canzone e la musica s’interrompe smettendo di assordare il circondario col suo volume troppo alto.
Brendon fa una faccia sollevata. «Cos’era quella roba?»
«Un classico,» dice Andy, freddamente.
Brendon gli dà il pollice in alto scandendo in silenzio un “o-ka-y” platealmente per nulla convinto. «No, senti, sono qui per… Ryan.»
Tabula rasa. Ryan dev’essere, vediamo, il pianista. Pete deve avergli detto come si chiama un centinaio di volte, ma eliminava l’informazione puntualmente.
«Ecco, Ryan mi ha detto…» Andy si trova improvvisamente affascinato dall’imbarazzo di Brendon, dal suo modo di ticchettarsi le dita sulla gamba, agitato. «Cioè, è… lusingato dalle attenzioni di Pete, davvero, ma magari non è il caso.»
Andy si volta e cerca Pete con lo sguardo, trovandolo che si sta praticamente drappeggiando sul pianoforte, troppo preso dal fare gli occhi dolci a Ryan per accorgersi di essere d’impiccio per chi gli balla intorno. Ryan suona corrucciato, una linea sottile tra le sopracciglia, e scivola sullo sgabello molto, molto lentamente nella direzione opposta. «Nah,» concorda.
«Perché ha già la ragazza.»
Al che Andy scoppia a ridere. Poi coglie l’occhiata di Brendon e la risata gli si smorza in un grugnito, perché non è affatto una battuta. Oh Dio è un idiota.
Brendon lo guarda malissimo. «Scusa?» dice, forte, con una vena d’acidità difficilmente confondibile.
Andy alza le mani in segno di resa. «No, niente, niente.» Dà un’occhiata a Ryan – che ora è praticamente seduto sull’aria nel tentativo di sguisciare via da Pete senza effettivamente abbandonare lo sgabello – e il suo foulard e il gilet che ci fa a cazzotti e cos’è quello, un fiore di stoffa? «Solo che non dà quell’idea.»
«E che idea darebbe?» Le guance di Brendon sono rosse e sta tamburellando la punta del piede a terra, ancora più nervoso. «Uno non può vestirsi un po’ diverso e subito–»
«Ehi, credevo se la facesse con i ragazzi, non è vero, mi sono sbagliato. Errore mio.» Lo dice con una tranquillità tale che Brendon resta interdetto. Incrocia le braccia e lo studia fastidiosamente da capo a piedi.
«Perciò…» comincia, sospettoso «Non ti avrebbe creato problemi.»
Andy scrolla le spalle. «Non sono un ipocrita.»
E non è inteso come un outing – non che abbia problemi a dirlo, eh, ma non sta parlando di sè, qui, è un discorso generale – perdio, è il migliore amico di Pete! – comunque, è solo tanto per dire, ma Brendon sbarra un po’ gli occhi e arrossisce un po’ di più e la piega delle sue spalle si rilassa, e allora Andy si rende conto che è come se… come se stessero sondando il terreno. Da qualche parte nel mondo, potrebbe persino essere classificato come flirt.
«Uhm, bene,» esclama Brendon. Si alza, si passa una mano tra i capelli e sorride velocemente. «Mi sembravi una persona troppo intelligente. Parla con Pete, per favore.»
Se ne va. Non gli ha chiesto se volesse ballare come ogni altra volta che gli rivolge la parola, e Andy non sa se esserne più sollevato o deluso.

Sono le due di notte ed Andy è al computer. Routine, se non fosse che sta aprendo e chiudendo la finestra di Google da cinque minuti, indeciso se fare o no la ricerca che gli ronza in mente da qualche giorno.
Infine cede, più che altro perchè l’apri-chiudi continuo gli sta dando il mal di testa, digita qualche parola e si ritrova sul sito del Panic! at the Disco.
È come se lo aspettava, semplice ma pieno di decorazioni accecanti e – ugh – glitter; ci sono gli orari delle lezioni, le coordinate, una pagina per il programma del corso (“In costruzione”), più una biografia corta corta e delle foto. Gira tutto il sito in lungo in largo (ed è molto poco, davvero) prima di andare a vedere le foto, sentendosi per tutto il tempo che si carica la pagina uno stalker, o Pete.
Smette di sentirsi Pete quando si trova davanti una dozzina di Brendon che sorridono e fanno smorfie e sono genericamente troppo per una pagina sola.
Sono foto con allievi del corso, alcuni che riconosce dalle ultime lezioni ed altri che non ha mai visto; delle facce si ripetono per qualche foto, ma in tutte, o quasi, ci sono Brendon e Ryan e un ragazzo con gli occhi azzurri sempre al fianco di Ryan, che avrebbe potuto scambiare per la sua ragazza se non avesse avuto, be’, la barba.
Brendon porta una felpa fucsia, gli occhiali, e capelli ancora più ridicoli del solito. Non dovrebbe essere così… attraente. Ma magari non è lui, è solo che Andy ha gli occhi stanchi.
(Tranne che nemmeno quando ce l’ha davanti in carne ed ossa riesce a non fissarlo per più di tre secondi di fila, quindi è proprio lui.)
Voleva vedere se riusciva a trovare qualcosa sulla ragazza di Ryan per fare un favore a Pete – stampare una foto e sbattergliela in faccia con su scritto “FATTELA PASSARE” –, era una sana e perfettamente legittima ricerca. Non è chiaro come una sana e legittimissima ricerca su Ryan si sia trasformata in uno slideshow della faccia di Brendon.
Resta a guardare foto fino alle tre e mezza.
È che… Brendon ha un bel sorriso.

«Hai finito di passare la notte a farti le seghe davanti al computer?»
«Pete– ugh,» sbatte la fronte sul tavolo, a qualche centimetro da dov’è appoggiato il suo decaffeinato, per non guardare Pete che mastica tutto contento i suoi pancakes sorridendo a bocca aperta e parlando di argomenti che non dovrebbero essere urlati in un bar. «Perchè devo stare qui a guardare la tua faccia di prima mattina?»
«Perchè nessun altro vuole guardare la tua faccia di prima mattina, hah!» e ruba uno dei suoi muffin, che non gli piacciono nemmeno perchè sono vegani. «No, sul serio» continua, dando un morso al muffin e facendo una smorfia. Idiota. «Tu non scopi abbastanza.»
«Oh sì che scopo.»
«La tua mano non conta.»
«Finora non ho mai ricevuto lamentele.» Beve un sorso di caffè e aggiunge: «Soprattutto da tua madre.»
Pete spalanca la bocca disgustato, ed anche abbastanza disgustoso. «Hurley, come ti permetti di dire certe cose dopo che mia madre ti ha anche preparato la torta di compleanno!»
Andy alza un sopracciglio e fa un ghigno. Pete gli tira il resto del muffin.
«Ohi, Pete!»
Ci sono tante cose che potrebbe pensare Andy in quel momento, dal fatto che la sua vita è una fiera della sfiga a è sempre colpa di Pete, ma quello che pensa davvero è cosa dica di lui che riesce a riconoscere la voce di Brendon senza nemmeno vederlo. Magari che ha un’ottima memoria uditiva. O magari che, in effetti, è tutto sempre colpa di Pete.
Anche se ci ha parlato per un totale di quindici minuti in vita sua non dubita neanche un attimo che la persona che sta rumorosamente attraversando il locale, facendo illuminare la faccia di Pete, sia Brendon. È quasi deluso di averci preso quando se lo vede comparire di fianco.
«Brendon!» esclama Pete. Brendon si abbassa la sciarpa dal viso con una mano guantata e fa un sorriso enorme.
È già aprile – aprile a Chicago, ma pur sempre aprile – ma Brendon è tutto imbacuccato nel suo cappotto pesante, con una sciarpa di lana e un paio di guanti con un’unica tasca per le dita, di quelli che portano i bambini per giocare a palle di neve. Tiene un vassoio con quattro bicchieri fumanti stretto al petto, mentre con una mano gesticola all’indirizzo di Pete chiedendogli che cosa ci faccia lì, nel bar del suo caro amico Jon, che è proprio quel ragazzo meraviglioso con la barba dietro al bancone, sai?, e che deliziosa coincidenza incontrarsi da queste parti.
«E, uhm, ciao Andy,» gli sorride alla fine.
Andy fa un verso neutro e si ficca in bocca mezzo muffin per pensare a qualcosa da dire prima di sparare una stronzata.
*
«Bden, su, non fare complimenti, siediti con noi, mangia qualcosa,» s’intromette Pete, ed Andy soffoca un po’ sul boccone perché Pete è un idiota che sta offrendo i suoi muffin smangiucchiati in giro e soprattutto Bcosa? Da quando sono in rapporti così stretti?
Brendon fa una smorfia di scuse e alza il vassoio con i quattro caffè. «Devo portare questi a degli amici, non sono sostenibili senza caffeina.»
A quel punto Andy nota, sa sopra l’orlo della sua tazza, lo sicntillio negli occhi di Pete che indica che sta concependo un piano assolutamente stupido ed è pronto a buttarcisi senza paracadute. Lui è pronto a piantargli il calcagno nel piede se prova ad uscirsene con qualcosa come “C’è anche Ryan? Posso accompagnarti?”, d’altra parte, quindi ci sono possibilità che non scada tutto nel disastro. Invece Pete lo prende in contropiede chiedendo: «Dove devi andare?»
Brendon nomina una biblioteca che non ha mai sentito, e Pete sorride radioso. «Ma guarda, Andy doveva andare proprio da quella parte!»
«No.»
«Proprio da quella parte,» ripete Pete, con più enfasi nel sorriso e un calcio sullo stinco di Andy che gli fa andare di traferso il decaffeinato. Per buona misura Pete ammicca anche, visto che non c’è limite al peggio, e Andy non sa se prendersela prima con lui o con se stesso per aver osato sperare in un disastro mancato.
Solo che Brendon lo sta guardando con le sue sopracciglia ridicole alzate in una curva di speranza e un sorriso che gli arriccia gli angoli della bocca oltre la sciarpa che gli mangia metà viso, e lui non è mai stato capace di dire di no ai cuccioli indifesi. Dopotutto è iscritto al PETA. «Ma guarda, davvero. Dov’è che hai detto che ti aspettano?»
Ed è così che si ritrova a guidare Brendon verso la propria macchina mentre Pete li guarda andarsene dalla finestra del locale con il suo ghigno da paraculo saldamente piantato in faccia. Andy spera che qualcuno gli inciampi addosso con una teiera bollente, ma deve accontentarsi della piccola soddisfazione di avergli lasciato il conto da pagare.
«Mi salvi la vita,» annuncia Brendon mentre sale in macchina. Per chiudere la portiera si intreccia nella cintura di sicurezza e rischia di rovesciarsi un paio di bicchieri addosso mentre cerca di liberarsi, lasciando Andy a chiedersi come possa essere così impedita una persona che riesce a far ballare il tango con un casquet perfetto ad una vecchina di settant’anni. «Mi hanno incastrato con la colazione perché “se devi arrivare tardi tanto vale che ti renda utile”, come se fosse vero che arrivo sempre tardi, e non hai idea di cosa sia prendere un autobus con tutta questa roba addosso. Ti sei mai buttato caffelatte bollente sui pantaloni? Non è bello.»
Be’, a quanto pare è colpa di troppo zucchero.
«Non che mi sia mai successo. Non più di una volta, cioè,» aggiunge Brendon, con una faccia seria.
Andy scoppia a ridere e non riesce nemmeno ad evitare di finire in un risolino acuto quando vede l’espressione di Brendon con la coda dell’occhio. Brendon lo guarda come se gli fosse cresciuta un’altra testa e questo provoca ulteriori risolini imbarazzanti finchè non trovano fortunatamente un semaforo rosso ed Andy può fermarsi ed asciugarsi gli occhi.
«Buon Dio, allora la cambi espressione,» dice Brendon, piacevolmente sorpreso.
«Attento alla strada,» risponde Andy, mandando giù un’ultima risatina isterica come se avesse un po’ di dignità rimasta, e inserisce la prima appena il semaforo diventa verde.
«Non devi vergognarti, so di fare un certo effetto alla gente,» lo rassicura Brendon, sbracandosi sul sedile in una posa che forse dentro la sua testa è affascinante, ma fuori sembra solo una persona che sta per ustionarsi il pacco con una cascata di caffè. Andy grugnisce e Brendon gli ride in faccia, e tra un indicazione e l’altra e svariati “Gira a destra alla… due strade fa” si ritrovano a litigare per la radio e scambiarsi storie imbarazzanti.
Non ha ben chiaro quando Brendon abbia deciso di raccontargli la storia della sua vita anziché prestare attenzione alla strada, come dovrebbe davvero fare se non vogliono arrivare in California per una svolta sbagliata, ma non riesce a trovarlo irritante nemmeno quando Brendon rischia di mandarlo contromano contro un pulmino. Quando infine si ferma, miracolosamente illeso e senza multe, di fronte alla biblioteca dove Brendon aveva appuntamento ha scoperto il suo dolce preferito, abbastanza sulla ragazza di Ryan da poter scrivere un enciclopedia (a beneficio di Pete), i nomi di tutti i fratelli di Brendon e che i suoi ridicoli guanti sono un regalo per la partenza da parte loro. L’orologio dietro il volante dice che stanno girando a vuoto da quaranta minuti, ma gli sembra di aver messo in moto da meno di un quarto d’ora.
Brendon si slaccia la cintura di sicurezza poi si ferma un attimo a giocare con i bottoni dei suoi guanti, guardandolo di sottecchi. «Grazie di nuovo.»
«Mi dispiace per il caffè.»
«Quale caffè?» Abbassa gli occhi e sembra sorpreso di trovarci ancora i quattro bicchieri che, se anche il loro contenuto è rimasto ben chiuso all’interno, sono ormai decisamente freddi. «Oh, la colazione calda è comunque sopravvalutata.» Dopodichè gli ficca la colazione in questione in mano per scendere dalla macchina senza rischiare travasi dell’ultimo minuto, e si riprende il vassoio con un sorriso grato. «Non sei male quando ti comporti da persona civile.»
«Nemmeno tu quando non cerchi di farmi mettere sulle punte,» ribatte Andy, appoggiandosi al sedile vuoto per sporgersi un po’ e non perdersi il sorrisetto di Brendon.
«Non mi sono ancora arreso,» esclama allegro, ed Andy è un po’ inquietato da come gli brillino gli occhi e da come riesca a farlo suonare vagamente come una minaccia. «Riuscirò a tirare fuori il cigno che è dentro di te.»
Andy gli tira una cartaccia spiegazzata e Brendon gli sbatte la portiera in faccia ridendo, e sì, okay, forse non gli dispiace così tanto di aver assecondato questo piano di Pete, pensa mentre guarda Brendon sparire dentro la bibloteca dallo specchietto retrovisore.

«Stai scherzando, spero,» dice, guardando Pete come se fosse pazzo. Pete purtroppo ha quel sorriso maniacale di chi ha già fatto un casino e non è per niente dispiaciuto di aver coinvolto anche te, ma ciò non significa che non possa negare l’evidenza ancora qualche minuto. «Sta scherzando,» ripete, rivolto a Joe.
Joe, piegato in due dalle risate, riesce soltanto a rotolare sul divano. È l’uomo più inutile del mondo.
«Ho già i biglietti!» Pete tira fuori una busta da una delle trecento tasche nascoste delle sue felpe miracolose, e la sbatte sotto il naso di Andy. «Sono in prima fila.»
Joe inizia a singhiozzare al telefono con Marie, ed è così che si ritrovano tutti al saggio di fine anno del corso col punto esclamativo dei Panic! at the Disco. Andy odia un po’ la sua vita, ma soprattutto Pete.

In realtà non è un saggio, non proprio. È un po’ come una lezione normale con un po’ meno persone – qualche marito dev’essersi defilato per mantenere almeno un briciolo d’onore intatto – solo di sera, e anziché essere nella solita aula con l’intonaco a pezzi sono riusciti ad ottenere in qualche modo il permesso di usare il teatro sgangherato del centro. E sono tutti vestiti un po’ meglio del solito.
«Uccidetemi,» intima Andy a chiunque si trovi nelle immediate vicinanze, e Marie gli dà un colpetto gentile sulla mano. «Tutto ciò è bellissimo,» mormora Joe un posto più in là, con un tono deliziosamente orripilato, e non è difficile capire quale metà della coppia sia la metà preferita di Andy.
«Stai facendo una buona azione,» gli ricorda Marie, con la faccia di chi non è davvero convinto delle proprie parole. Andy è conteto che i soldi del suo biglietto se ne vadano in beneficienza da qualche parte che Pete non è riuscito a spiegare con chiarezza, ma avrebbe preferito di gran lunga compiere buone azioni che non comportassero il suo patire una serata di valzer viennese. Non riesce a ricordarsi di aver passato una serata più tediosa di questa.
A parte quando Pete passa volteggiando di fronte a loro, con le scarpe da ginnastica a completare il suo “completo elegante” che cigolano sul parquet e la testa buttata all’indietro quanto e forse più la sua compagna, quello è un momento abbastanza divertente. Verso il quarto giro sente Joe tirare fuori il cellulare e cercare di fare qualche foto nella maniera più discreta possibile.
Dilettante, lui sta facendo un video da svariati minuti. La partner di Pete che ad un certo punto mette una mano sotto il suo braccio e inizia a condurre con un’alzata d’occhi esasperata è un momento che va documentato per i posteri.
Quando Andy è ormai pronto a cavarsi gli occhi con un portachiavi dalla disperazione, però, Brendon si unisce ai suoi alunni. Sembra aver adottato l’approccio di Pete alla formalità, capelli lisciati all’indietro e completo di cui però si è persa la giacca da qualche parte, fortunatamente con un paio di scarpe adatto all’occasione. Attaccata al suo braccio c’è una bella ragazza, alta, bionda, con un vestito celeste che le evidenzia la vita con un corpetto tempestato di paillettes. Andy ha giusto il tempo di chiedersi perché abbiano tutti questa fissa con le paillettes e di ignorare la piccola fitta di fastidio che lo punge quando Brendon la prende per mano prima che ricominci la musica, e a quel punto riesce a pensare a poco altro oltre al modo in cui la camicia si tende contro le spalle di Brendon.
Oh ecco, quelli di prima erano l’intermezzo comico. Questo è il valzer viennese.
Scoprire di trovare attraente una persona che saltella in tondo col mento puntato all’insù non è proprio uno shock, per Andy.
«Mi piace il tuo ragazzo,» mormora Marie, osservando colpita un punto un po’ troppo in basso per essere la schiena di Brendon. «Marie,» sibilano Andy e Joe.
«Sto solo dicendo,» continua Marie, prendendo la mano di Joe che la sta guardando come un cucciolo bisognoso d’affetto «che balla bene. E lo sai cosa si dice sugli uomini che ballano bene.»
«Non credo di volerlo sapere,» borbotta, ma gli si sta già formando in mente un’evocativa galleria di immagini, e assistere alla seconda metà del saggio è un’esperienza molto più scomoda di assistere alla prima.
Fortunatamente l’ultimo giro di pista è fatto tutti insieme, e non c’è niente che ammazzi la libido come un plotone di vedove in ghingheri.

«Patrick si scusa per non essere potuto venire, ma ha detto che ti manderà un mazzo di fiori.»
«Non dargli retta,» dice Marie, dando una gomitata nello stomaco di Joe, poi abbraccia Pete. «Sei stato bravissimo, Pete.» Pete ricambia l’abbraccio, sorpreso e felice, almeno finchè Marie non si stacca e gli fa promettere di dare fuoco a quelle scarpe.
«Bden si sta cambiando,» annuncia Pete a qualcuno che sicuramente non è Andy, visto che lui non stava cercando nessuno tra la folla.
«Non stavo cercando nessuno,» ed è orribile quando sono gli altri a guardarti con malcelata compassione. «Oh ehi, guarda, Ryan sta limonando la compagna di Brendon.»
«Oh ehi, guarda,» ripete Pete, con gli occhi che brillano, ma Andy non ha il tempo di riconoscere lo scintillio della vendetta perché qualcuno gli piomba addosso come un cucciolo di labrador troppo entusiasta e si ritrova improvvisamente con un braccio di Brendon intorno alle spalle. «C’è Brendon,» conclude lo stronzo, con grande tempismo.
«Ragazzi!» esclama Brendon, contento e sudato, e segue un giro di presentazioni e abbracci in cui Andy non sa bene come finisce praticamente spiaccicato contro il petto di Brendon. Non gli dispiace nemmeno un decimo di quanto vorrebbe dare a vedere, che è comunque molto poco.
«Pete, senti, sentite, le ragazze hanno organizzato una specie di festa di fine corso in un locale qui vicino, volete venire?»
«Sì, okay,» e il sorriso che gli dedica Brendon non è per niente come quello delle foto, forse perché è ad un palmo dal suo.

«Credevo si trattasse di un bar!»
«È un bar!»
Chiaramente la sua idea di bar è molto diversa da quella delle ragazze. Nella sua idea di bar, ad esempio, non è contemplata da nessuna parte la presenza di una pista da ballo gremita di gente che si dimena a ritmo di basso.
«Bevi la tua birra analcolica e non rompere,» urla Marie per farsi sentire dal divanetto di fronte, puntando un ombrellino da cocktail nella sua direzione prima di acconciarlo tra i capelli di Joe. Sono rimasti solo loro seduti al tavolo, in una nicchia buia e confortevole in cui la musica rimbomba da impazzire; Pete ha deciso di dimenticare Ryan buttandosi in pista con la sua compagna di ballo – che dovrebbe chiamarsi Ashlee o qualcosa del genere – ed è sparito alla vista da un bel pezzo. Brendon è più o meno rimbalzato dentro alla pista appena messo piede nel locale, pieno di adrenalina e quello che stando alla sua versione è un numero davvero notevole di RedBull. Andy sta lavorando al rifiuto del leggero sentimento d’abbandono ce sta provando al momento.
«Tutto ciò è orribile,» dice, a voce alta per trasmettere tutto il suo disappunto, ma Marie ammicca soltanto.
E poi Brendon gli si siede praticamente in gambe.
Cos’hanno tutti oggi contro il fargli sapere le cose?
«Ehi,» dice, appoggiando una mano alla base della sua schiena, così vicino che riesce a sentire l’odore dolciastro del suo ultimo drink. «Vieni a ballare.»
«Non voglio partecipare al tuo corso,» sbotta Andy, ma non c’è molta enfasi perché è distratto da come Brendon si preme tutto contro il suo fianco per entrare meglio nella sua poltroncina. Potrebbe sembrare la ritrosia di una signorina vittoriana di buona famiglia ma è un netto, netto rifiuto, il suo.
«Sei un idiota,» dice Brendon, divertito, poi si avvicina fino a sfiorargli l’orecchio con la punta del naso e mormora, così piano che non lo sentirebbe se la sua voce non gli stesse praticamente vibrando nella cassa toracica più forte dei bassi della musica «Andiamo, balla con me.»
Ma il suo è sempre un netto, netto…
«Okay.»
Va bene, è una signorina vittoriana.
Brendon sorride come se avesse vinto la lotteria e si alza. Gli sembra di sentire Joe dire qualcosa ma non ne è tanto sicuro, visto che Brendon ha appoggiato la sua birra sul tavolo e l’ha preso per mano e lo sta trascinando nella pista. Dopo due passi vengono subito travolti da una massa di corpi e si inciampano un po’ addosso, Andy che deve per forza appoggiare le mani sui fianchi di Brendon per non cadere e Brendon che si aggrappa alle sue spalle.
Nelle luci intermittenti della pista vede gli occhi di Brendon spalancarsi mentre scorre lo sguardo su di lui, e poi sono le sue mani a passargli lungo le braccia in una carezza troppo lenta e troppo leggera. «Hai… Cristo. Cioè, wow. Cioè, non ti avevo mai visto senza felpa.»
Andy fa un mezzo sorriso e stringe meglio la vita di Brendon, lasciando che lui faccia scivolare le mani dentro le maniche della sua t-shirt fino alle spalle. Brendon fissa la luce che cambia sui suoi tatuaggi e Andy fissa le labbra di Brendon e c’è tutto un gran fissare che non è molto adatto al centro della pista, così Andy fa un passo avanti, Brendon lo asseconda, e un attimo dopo stanno ballando come se fosse la cosa più naturale del mondo. Andy si sente abbastanza ridicolo e incredibilmente bene, e il modo in cui la gamba di Brendon continua a minacciare di scivolare tra le sue per poi tornare indietr un secondo dopo lo sta facendo impazzire.
«Ma tu sai ballare,» esclama Brendon, a metà tra l’indignato e l’estasiato, piegandosi su di lui per farsi sentire.
«Mai detto di non saperlo fare.»
«Sai ballare bene
Che ci vuole, è solo ritmo vorrebbe dire, oppure e questo me lo chiami ballare?, invece avvicina il viso a quelo di Brendon e sorride. «E lo sai che si dice di chi balla bene?»</i>
 
 
 
Carlamrs_toro_or on September 30th, 2011 08:31 pm (UTC)
Io. Ti. Amo.
Period.

Cioè, ci avrai anche messo un botto di tempo per scriverla (perchè lo so che l'idea già l'avevi, donnaccia...), ma ne è valsa davvero la pena.
Andy è tanto tenero, tutto impacciato e decisamente contrario al ballo. Pete è... Pete. Non riesco a descriverlo, e penso che tutte le parole del mondo non riescano neanche loro.
E Brendon... *ama* no, sul serio, io amo il tuo Bden, ma tantotanto ♥
E Ryan, povero tesoro, molestato da Pete *pats*

Donna, sei splendida ♥♥♥